In ginocchio da Draghi. Quel che indica la "ripresina" italiana

Il pil ha smesso di contrarsi in Italia (come in tutta Europa). Ma i dati macroeconomici in arrivo dall'Europa meridionale, Italia inclusa, fanno sperare ancora una volta in ulteriori interventi di Mario Draghi, presidente della Bce, questa settimana. Il tasso di disoccupazione nel nostro paese, a febbraio, è salito al 13 per cento. E l'inflazione continua la sua tendenza al ribasso. Cattive notizie da una "ristrutturazione" economica ancora lungi dall'essere terminata. Leggi anche Quanto pil perdiamo per colpa della lagna concertativa?
1 APR 14
Ultimo aggiornamento: 19:48 | 21 AGO 20
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Ma non era arrivata finalmente la ripresa? L'economia non aveva ricominciato a crescere? Come noto, in realtà, quello dell'occupazione è un indicatore "laggard", cioè che si muove in ritardo rispetto ad altri indicatori come il prodotto interno lordo (pil). Dopo una crisi prolungata, anche aziende che ricominciassero a ricevere ordini dai clienti, per esempio, non avranno le nuove assunzioni in cima alla loro lista dei pensieri: ci sono prima gli attuali dipendenti da far lavorare a pieno regime, magari da far rientare dalla cassaintegrazione o da simili strumenti di sostegno pubblico. Per questo il pil dovrà crescere molto prima che anche il tasso di disoccupazione inizia a calare.
Imprese e consumatori italiani, complici anche gli annunci riformatori e di detassazione in arrivo dal nuovo governo, si mostrano fiduciosi nei rilevamenti d'opinione. Eppure ancora ieri un altro dato macroeconomico ha allarmato gli analisti: a marzo, infatti, l'inflazione – cioè il livello di aumento dei prezzi – ha frenato ancora, con il tasso annuo che si è fermato allo 0,4 per cento (dallo 0,5 per cento di febbraio), segnando il minimo dall'ottobre del 2009. In soli cinque mesi la crescita dei prezzi si è così dimezzata. Prezzi stagnanti, o che addirittura potrebbero entrare in terreno negativo (deflazione), potrebbero sembrare una buona notizia per i consumatori. Ma in realtà, mentre la domanda interna langue, rendono soprattutto più gravoso per gli stati il ripagamento del loro debito pubblico. L'Italia, con un rapporto debito pubblico/pil oltre il 130 per cento, è tra i paesi più penalizzati. Quando il tasso d'inflazione scende, gli interessi reali sul debito salgono, così come le spese per mantenere gli impegni con i creditori. Le aspettative sull'inflazione futura, come dimostra il grafico qui sotto elaborato dagli analisti Barclays, sono tutt'altro che rassicuranti, non solo in Italia.
La ripresa dell'economia dell'Eurozona, se si considerano le medie aggregate, c'è. Ma disoccupazione in crescita e debiti pubblici sempre più pesanti richiederebbero ritmi di crescita molto più sostenuti di quelli attuali. A Roma non basterà, insomma, veder aumentare il proprio pil dello 0,8-0,9 per cento quest'anno, come prevede il governo Renzi. Per questo oggi, soprattutto tra analisti e opinionisti internazionali, sono tornate a sentirsi con nettezza le voci di chi chiede o si aspetta un intervento espansivo della politica monetaria. Occhi puntati su Mario Draghi, giovedì, per il Consiglio della Bce.